ottobre 25, 2009

fino alla prossima guerra.

Non era diverso dagli altri eppure non uguale. Ai margini della sua esistenza riposavano, gentili, le dolcezze dell’infanzia, le carezze infinite della madre, i cipigli seriosi del padre, e le risate, le infinite risate della famiglia, i sorrisi incatenati agli abbracci, l’irrompere tonante e fragoroso dell’ilarità paterna, lo scampanellio argentino della sorella, la squillante e contagiosa risata del fratello, il cinguettio soave dei nonni, palombelle a tutti gli effetti, e la cristallina cascata, note sui denti e sulle labbra, della madre. Ai margini riposavano, dicevo, che egli non era memore e tanto meno conscio della stabilità che le gioie infantili regalano.

Non diverso, non uguale
Normale, chiamatemi banale,
la mia forza è l’uso,
il mio motto abuso,
triste il riso e il viso
alla vita appena schiuso
fino alla prossima guerra.

ottobre 25, 2009

La vendetta

La pianura si allargava dalla base dei seni delle colline come una palude verde, docile al vento, fredda. Camminavamo in tre e ci sentivamo stanchi. Gli occhi cisposi e il respiro affannoso, il viso teso e le mani calde di sudore e di febbre e di cammino. Il passo dell’emigrante dicevano al villaggio. Quello frettoloso e distratto di chi vede il mondo affollato e annebbiato delle città del nord, di chi a bassa voce parla e ad alta voce pensa, di chi sotto il cielo di casa non riconosceva più le sue stelle. Il passo del fermo, dicevamo, e camminavamo in tre ma ne sentivamo un altro, c’è il quarto dicevamo, passando la fiaschetta di vino, e nessuno rideva che il passo del fermo era come lo scandire di pesante martello, come un urlo che non si spegneva, come il battere di un cuore gigante, di un cuore animale, che ti sembrava fosse la luna a bussare al cielo per chiedergli di entrare.

Accompagnavamo al passo il canto.

Il quarto conduce e anche se non vedete, è lui che accompagniamo. Non stringiamo la mano dell’uomo che accompagniamo alla morte. Non lo guardiamo in viso, e non lo rispettiamo per il suo coraggio. Abbiamo aspettato il giorno del suo giudizio in silenzio. Ci sediamo ed aspettiamo di riprendere fiato, un sorso sotto l’ombra dei seni, senza sorriso. Le falene si svegliano al passaggio e i cani mugolano. Le galline nei cortili, i topi in campagna, i cavallini nei muri corti della giara ammutoliscono. Per uno che torna un altro nasce, dicono. Per uno che nasce un altro torna. Un filo rosso, come filo, come bava, disegna sulla pianura un sentiero di sangue. Steso col capo verso i seni, un bimbo nella terra, muore l’uomo dell’odio delle città del nord.

Siamo in tre e il quarto insegue. Il passo dell’emigrante si fa più frettoloso, la parlata ancora più bassa e il cuore tace, e si rianima in ritmi ossessivi, dietro l’orecchio, dietro le scapole, senti che c’è, chi c’è, cosa abbiamo fatto, zitto e zitto e bevi, respira, è caduto. Non so cosa ho fatto, non so perché, non mi ricordo più. Il passo del fermo dicevamo e fermi restammo, una notte intera. Ancora quella notte viviamo, non ve ne sono altre, non ce ne saranno più.