l’hyperpower (di Mario)

Avevamo l’Hyperpower, avevamo l’ero, l’acqua e un pò di cibo.
Ponia aveva anche una pistola, ma quando partimmo non lo disse.
Io tenevo l’hyper per tutti. Mi tremavano le mani. Mi scappava da pisciare ogni dieci minuti. Sudavo freddo. Avevo l’hyper e dovevo stare attento. So che può sembrare assurdo ma riuscivo a mantenerlo dormiente senza mi sfuggisse, da solo. Quando tossivo avevo la sensazione orribile che pezzi dell’hyper raschiassero via la carne. Respiravo piano. Camminavo forte sui piedi.
Cercavamo l’elevazione.
Ci tenevamo per mano. Tutti e tre. C’era un mucchio di gente che ci guardava storto. Quel genere di persone che lavorano dal lunedì al venerdì in un posto e poi vanno con la famiglia al ristorante, quelle che hanno sempre da pagare qualcosa o qualcuno, quelle che ci mettono una vita o una malattia a capire che muori. Il resto viene da sè.
Avevamo diviso i compiti: R. ed io ci occupavamo dei solidi. Ponia del gassoso. Adesso, come potete immaginare non è facile custodire l’hyperpower. Pensi di tenerlo saldamente e un attimo dopo vola via. E non è mica un gioco. R. guardava da dietro i suoi nuovi occhiali 3D. Diceva che gli veniva più facile controllare lo stato delle cose e ci raccontava come li avesse trovati in un pacchetto di patatine, un paio di scova-demoni, diceva, un Utensile del Power dentro il tuo pacchetto di patate. Si sentiva protetto.
Io avevo difficoltà con i solidi. Ho sempre preferito i liquidi o il gas. Adoro scovare i demoni dell’aria. Ma Ponia doveva esercitarsi. Ponia era fuori esercizio e non basta l’euforia per fare un Custode. Ci vuole volontà, tenacia, determinazione e una fiducia incrollabile nell’hyperpower. Ci vuole l’ero per scordarti dove sei, per aiutarti a capire e a credere. Non lo schifo di coca, nè la droga sintetica. Quelle porcherie sono per i figli della gente che lavora. Se vuoi essere un custode ti serve avere l’ero. Non puoi difendere il mondo da solo.

Ho visto qualcosa. Mi fermo di scatto, tengo gli occhi chiusi e poi veloce, li riapro senza guardare davanti a me. C’è qualcosa nell’albero. Do l’hyperpower a R. lentamente. Ponia mi guarda con gli occhi impauriti, la bocca aperta e quelle cazzo di mani giunte. Scuoto la testa, prendo la rincorsa e salto. Arrivo sull’albero prima con le braccia, poi abbraccio il tronco con le gambe. Stretto.
Ho iniziato la lotta. Era un demone dell’aria ed era compito di Ponia intercettarlo. Ma troppo tardi ormai. Questo genere di lotte cosmiche sono come onde di energia che sfiorano la gente, che sembrano vento, o urla lontane, o piccoli insetti lucidi che si muovono in sciami o braccia senza giunture o facce deformate. Quando ho abbracciato l’albero ho mandato l’urlo di guerra. Capite, è sempre uno schifo di demone.
Comunque ho vinto.
Il demone era sparito e io ero stanco.
Ogni volta che ci diamo da fare per tener pulito siamo stanchi e non è buono. Dobbiamo arrivare a integrare l’hyperpower. Vogliamo, finalmente, liberarci.

Ho visto Ponia battere leggermente le mani, mentre R. rigirava tra le mani L’hyperpower perchè non volasse.
Si è avvicinato un poliziotto della gente che lavora, io avevo le palme delle mani sulle cosce e affannavo. Mi ha guardato fisso. Gli brillavano gli occhi. In fondo alle pupille, piccole come quelle di un ratto, ci vedevi sarcasmo. Come alla fine di una galleria. Ha incrociato le braccia e mi ha chiesto: che fai?
Mi ha scocciato perchè era un tu, ho sentito che era un tu, non un voi.
Insomma, non ci conoscevamo mica. Non sono un tuo amico, ho pensato. E sentivo la rabbia salire come una mano calda, dallo stomaco. Ma ho risposto secondo la formula, gesti giusti, suoni giusti:
– Bene.
Ha detto soddisfatto.
Il tutore era un ragazzo debole, Ponia l’ha capito subito.
Io gli ho dato le spalle, guardando L’hyper nelle mani di R.
L’hyper brillava scuro, splendeva forte come stoffa del cielo, scuoteva su e giù in punte chiare e scariche di luce, mandava riflessi come lame, sbatteva le ali in soffi e accarezzava l’anima, come fuoco freddo.
Era con me, era me. Era Ponia, era R. era l’albero e la libertà, era suono elettrico, era fame, era carica, era volontà, era forza di essere, era febbre, era fede, era ero, era dolore ma il suo battito era umano, era dolce.

Quando mi sono voltato Ponia aveva estratto la pistola.
E’ un giocattolo? Chiedeva R. all’hyper. Io ero bloccato. Mi sembra di vedere la testa del poliziotto schizzare sul marciapiede, e l’hyperpower spegnersi. Sono immobile.
– No.
Ha detto Ponia, il braccio teso in una linea dritta e ferma che va dal suo orecchio a quello del poliziotto.
Il ragazzo debole ha alzato le mani. Siamo scappati via, tenevamo l’hyper davanti come una palla.
Il ragazzo poliziotto parlava ad un arnese. Non ci ha seguito.
Arrivati al parco ci siamo seduti. Abbiamo trovato un posto per riposare e ci siamo fatti d’ero. Abbiamo aspettato la notte per muoverci, stavolta. Abbiamo guardato per un pò l’Hyperpower mistico. E abbiamo capito, ma dobbiamo aspettare, non siamo ancora pronti, non ce la facciamo ancora, dobbiamo tener duro, andare avanti, sperare, credere.
Ponia ha buttato la pistola nell’erba.
Diceva che le impediva di elevarsi veramente.
L’ho raccolta di nascosto e l’ho infilata nei Jeans.

Certe esperienze devi farle da solo. Lo dice anche L’hyperpower.

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