Esattamente così com’è

Carla ha il collo lungo, gli occhi stretti che sembrano due linee nere, le spalle piccole e la pancia che spinge sull’elastico della gonna. Ha le gambe storte, come un varco tra due vecchie querce, un grosso buco tra da due colonne torte. Ha i capelli scuri striati di bianco, denti piccoli e distanziati, le mani grosse come quelle di un muratore.
Carla viene a casa mia e dice: si, no, certo, davanti mia madre. Poi lavora e non dice niente.
Io la guardo felice mentre mia sorella mi guarda e ghigna. Mio padre si è addormentato col giornale in mano, mia madre è al computer. Carla è in cucina, lava delle stoviglie. Fa le faccende, lenta, ma con cura. Mi affaccio, lei mi chiede come va. La sua voce è un soffio. Va bene, dico in un sospiro. Le vado vicino in fretta, l’abbraccio da dietro, sento i suoi seni schiacciati sulle braccia e mi eccito. Mia sorella, al telefono con una delle sue amiche, sghignazza, “ha ricominciato” dice. Dopo poco mia madre arriva galoppando sui tacchi, infuriata ci distanzia con forza: mi spinge verso il muro mentre tiene Carla per il braccio.
“Scusalo”, dice a voce altissima, mio padre è nello studio, “scusaci Carla, questo ragazzino è stupido e cattivo”.
Guarda per terra quando parla. Sputa le parole in fretta, fredda; sono come piccole lame che mi schizzano accanto. Non mi fa paura. E quel scusaci non significa nulla. Lei non c’entra niente con me.
“Io sono innamorato” le dico, “allora perché non la licenzi? Cosa fai?”
Mia madre mi ascolta indignata, la faccia immobile, le mani che si stringono convulse, rigida e lontana come fosse una estranea.
“Stupido ragazzino egoista” risponde.
Pesta i piedi e se ne va quasi trascinando Carla; mia sorella ripete “sono innamorato” con voce stupida, monotona, all’amica.
“Io non faccio così”, le urlo contro.
“Io sono solo e innamorato” grido.
Lo sforzo quasi mi strozza, tossisco. Mia sorella si stringe vicino al muro, spaventata. Sono felice di vederla così. Arriva anche mio padre, urla di smetterla; ha il giornale in mano, la pipa nell’altra, come sempre, come quando mi ha parlato di sesso, droghe, comunisti e fascisti, voti, malattia del nonno; di tutto quel che avrebbe dovuto avere forse un poco d’importanza. Non ha mai appoggiato gli oggetti che aveva in mano, come se parlare con me non fosse altro che un intermezzo, un’attività di contorno, un disturbo. Forse è depresso, forse non gli interesso. Potrebbe continuare a leggere il giornale e fumare anche se la casa andasse a fuoco. Se non ci fosse nessuno noterebbe la differenza. Non io perlomeno. Gli giro le spalle e me ne vado mentre lo sento definire stancamente Carla “quella povera donna”. Stringo i pugni, salgo in camera mia.
Dicono che sono in un’età critica, che faccio il ribelle. Dicono che devo ancora trovare la mia strada. Sarà anche così, ma a me sembra che quelle che prendo per loro siano tutte vicoli ciechi.

Carla lavora con mia madre fuori, in giardino. Ha le mani sporche di terra, i minuscoli piedi avvolti in un paio di vecchie ciabatte (non indossa mai le scarpe che le ho regalato), i capelli morbidi legati in un elastico da cancelleria. Sorride dolce come una bambina, luminosa e semplice. Appoggio la fronte al vetro freddo della finestra. Carla solleva il viso, poi lo riabbassa, rossa. Mia madre m’ignora. Forse.
Sono così diverse: mia madre è snella, elegante nei suoi golfini abbinati, i capelli scuri sempre perfetti, il trucco e tutto il resto. Carla è come un bambino.
Le guardo parlare in giardino, Carla in piedi, mia madre accovacciata. Trafficano con le rose. Io lo so perché non la licenzia. Non è pietà.
La prima volta che vidi Carla ero ancora distrutto da quel che mi aveva fatto Daniela. Carla aveva i capelli raccolti in una crocchia scombinata, la bocca stretta in una smorfia di preoccupazione. Era il suo primo giorno a casa. Mia madre è una di quelle persone a cui piace spaventare i dipendenti: la fa sentire potente.
Carla preparò la cena per me e mio padre: gnocchi di patate al sugo e insalata di cavolo. Piatti di campagna. Asciugò le stoviglie per tutta la cena.
“La governante che avevamo prima era più affidabile” risposi a mia madre quando mi chiese un’opinione sulla nuova governante.
“Ma rubava” , ricordo che rispose.
“Rubiamo tutti”le urlai “Poi questa cucina roba strana”.
In realtà ero stanco, volevo liberarmi di lei e stare solo, pensare.
Daniela in quei giorni chiamava continuamente. Ormai il telefono squillava e nessuno rispondeva più, eravamo sfiniti e rassegnati. L’unico a non lamentarsi era mio padre, vai a sapere il perché.
“Dille che la perdoni”, mi disse mia madre una sera, all’ennesima telefonata. Camminavo per il corridoio alla ricerca di qualcosa da fare. Lei teneva la cornetta distante, come se bruciasse. Mi sorrideva speranzosa. Mi fermai un secondo, sospirai. “Su, perdonala”, soggiunse sottovoce mia madre. Me lo disse con la stessa condiscendenza che si usa con i bambini dell’asilo. C’era sufficienza, che non conosce affetto né comprensione; e ironia. “Dille di andarsene a fare in culo” le risposi.
Mia madre cambiò faccia e colore e attaccò.

Una sera tornai a casa e trovai Carla da sola in casa. Aveva preparato la cena: zuppa con il farro, bietole bollite. Ero seduto al tavolo che mangiavo, i capelli ancora bagnati da nuoto. Mentre le stava in piedi davanti al tavolo che mi guardava. Alcune ciocche dei suoi capelli erano sfuggite alla crocchia e le cadevano sulle guance e sugli occhi come un’aureola. Povera donna, pensai.
Quando alzai la testa lei mi osservava: le sopracciglia bionde inclinate, gli occhi grandi che si riempivano di lacrime. Si avvicinò piano, mentre la fissavo.
Mi carezzò la testa, con la mano grossa e ruvida, odorosa di detersivo, sussurrando:
“Povero ragazzo… è buono? Buono? Buono?”
Mi vergognai un poco, ma quel tre volte buono, quella carezza leggera e veloce come un battito, il suo sguardo, le ciocche, la zuppa, la cucina, mi sembrarono avvolgermi. In quel momento per me cambiò tutto.

Non so esattamente cosa mi successe, ma da allora Carla divenne per me indispensabile. Le stavo vicino il più possibile. Le parlavo, le chiedevo, ridevo, scherzavo, l’aiutavo, studiavo vicino a lei, sbrigavo le faccende di casa e non uscivo più la sera. La sua compagnia mi sembrava essere tutto quello di cui avevo bisogno. Non avevo fame, non avevo freddo, non ero solo, non ero triste, non ero allegro. Ero io e quasi mi sembrava di bastarmi, a volte. Mia madre era sollevata dal non avermi in giro con quell’aria “adolescenziale” come dice lei e mio padre, mio padre seguitava a leggere il giornale.
L’unica cosa che non era cambiata erano le telefonate di Daniela. A scuola neanche la salutavo più. Mia sorella mi raccontava che aveva mollato anche Andrea, il capitano della squadra di pallanuoto. Gli squilli riecheggiavano per la casa ma non sembravano importare a nessuno. Ad eccezione di Carla che, spazientita, una sera rispose. Sorpreso dal silenzio improvviso corsi a vedere. Non so cosa le disse Daniela. Vidi solo il sorriso suo spegnersi, i tratti del viso indurirsi, gli occhi chiudersi. Le strappai la cornetta ma Daniela aveva riappeso. Non potei chiederle nulla; andò a dormire triste, le spalle abbassate, i capelli flosci che mi salutavano in un’onda bionda.
La mattina dopo, durante la ricreazione, cercai Daniela. Era stranamente eccitata, ma anche docile e attenta. Amo un’altra le dissi. Non te la prendere. Lei mi guardò furiosa. Smettila di chiamare e ricordati di quel che mi hai fatto. Non ricordo se rispose o meno, forse non ascoltai. Smettila di chiamare le dissi, smettila e basta. E me ne andai senza voltarmi. Io so chi ami adesso, disse. Brava, le risposi. Buon per te.
Daniela smise di chiamare. Sorprendentemente mio padre se ne accorse. “Il silenzio è d’oro, ragazzi miei” disse, dietro il giornale, “Oro” ribadì solennemente.
Erano giorni semplici e felici. Carla era felice. Io ero felice.
Finché non ci trovarono.
Allora fu la fine di tutto.

Eppure non era la prima volta, ed eravamo stati attenti. Avevamo aspettato fossero tutti via, io avevo finto di andare a nuoto, la casa era vuota. Ci trovò mia madre, ritornata a casa di fretta per prendere il telefonino. Eravamo in bagno. Carla era seduta nella vasca, immersa in una nuvola di schiuma rosa, mentre io le insaponavo la schiena. Avevo i pantaloni addosso ma questo non contava.

Mia madre ebbe un crollo di nervi; mio padre mi fece uno dei suoi discorsi senza senso, giornale e pipa in mano, sull’amore e sulle persone disagiate e sull’amore mentre guardava mia madre che piangeva in un angolo. Nessuno sapeva bene cosa fare. Carla meno di tutti. Si sfregava la testa continuamente col pugno chiuso e sorrideva poco.
“´E ritardata, non lo vedi?” mi diceva mia madre, sottovoce.
“No, non lo vedo”, rispondevo.
Lei mi fissava ottusa, instupidita. “Come non lo vedi?” gridava disperata.
“Perché non la licenzi?” dice mio padre.
Io so perché non la licenzia.
Perché questo è amore vero.
Ho pietà dei miei.
Che brutta madre, pensavo. Che triste. Come si vergognano, pensavo, come si imbarazzano, come si vogliono disfarsi della responsabilità di pensare, di chiedere, di sapere. Sembravano delusi, come se avessero speso tanto tempo a tenere nascosto qualcosa e non fossero riusciti. Mi sembravano attori, parte di una grande messinscena.
Ma adesso, provo pietà. Poveri stupidi. Non sanno nulla, o hanno dimenticato. Hanno finto  tutto questo tempo di saper  vivere che hanno finito per confondere la realtà per quel che pensano sia. Non sanno nulla dell’amore. Non sono solo i gesti o i sorrisi, o quel che ti piace o la fiducia o i baci o la pelle.
É il niente semplice che voglio, il nulla dove c’è tutto, come l’acqua che scorre o lo sparire della nebbia. Quel niente che trovi dietro Carla, che se la guardi sai che da ora in avanti mai più ombre, mai più dubbi, solo quel che vedi; e vivi che sai che questo amore è intero e trasparente, è limpido, e uguale al mondo, è tutto come senti e vedi, ecco, si è tutto esattamente così com’è.

Annunci

2 commenti to “Esattamente così com’è”

  1. toccante.
    anche per motivi personali.
    corde tese e ricordi nascosti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: