agosto 10, 2010

Bassa Stanza

La mia testa è gonfia, accesa
di parole pesanti – straniere –
di dettami che non riconosco.

Ascolto.
Il moto involuto, un battito,
un urlo attutito, un solco,
un sospiro.

In questa bassa stanza recido
il tendine teso dell’ero,
sangue e sorriso in piedi, leggero.

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aprile 5, 2010

Un’altro poemaccio sul senso

La neve posata sulla fronte della sera,
ferisce il sonno.
L’anno che mi disarciona
non aspetta.
Non fugge il senso:
si raccoglie, chini.
Prego che tu sia forte, prego che tu sia
non a parole.
La lingua cinge nuovi recinti,
scandisce il senso ai cancelli.

febbraio 7, 2010

il disturbo d’ansia generalizzato

Dura paura m’arpiona:
spara rapida
la barbara bestia,
bara, rapina, raduna scarti
d’ego razziato.
Scure dentata inibisce,
tarpa leali germogli,
arresta l’arteria del
fluido riciclo di
nascitacrescita e
abbandono.
Serva in realtà,
vive da padrona.

Eppure l’antidoto è semplice:
bere aria fresca
non contaminata di morta
abitudine;
non temere di
camminare
soli sul filo
nel sole.

febbraio 7, 2010

l’hyperpower (di Mario)

Avevamo l’Hyperpower, avevamo l’ero, l’acqua e un pò di cibo.
Ponia aveva anche una pistola, ma quando partimmo non lo disse.
Io tenevo l’hyper per tutti. Mi tremavano le mani. Mi scappava da pisciare ogni dieci minuti. Sudavo freddo. Avevo l’hyper e dovevo stare attento. So che può sembrare assurdo ma riuscivo a mantenerlo dormiente senza mi sfuggisse, da solo. Quando tossivo avevo la sensazione orribile che pezzi dell’hyper raschiassero via la carne. Respiravo piano. Camminavo forte sui piedi.
Cercavamo l’elevazione.
Ci tenevamo per mano. Tutti e tre. C’era un mucchio di gente che ci guardava storto. Quel genere di persone che lavorano dal lunedì al venerdì in un posto e poi vanno con la famiglia al ristorante, quelle che hanno sempre da pagare qualcosa o qualcuno, quelle che ci mettono una vita o una malattia a capire che muori. Il resto viene da sè.
Avevamo diviso i compiti: R. ed io ci occupavamo dei solidi. Ponia del gassoso. Adesso, come potete immaginare non è facile custodire l’hyperpower. Pensi di tenerlo saldamente e un attimo dopo vola via. E non è mica un gioco. R. guardava da dietro i suoi nuovi occhiali 3D. Diceva che gli veniva più facile controllare lo stato delle cose e ci raccontava come li avesse trovati in un pacchetto di patatine, un paio di scova-demoni, diceva, un Utensile del Power dentro il tuo pacchetto di patate. Si sentiva protetto.
Io avevo difficoltà con i solidi. Ho sempre preferito i liquidi o il gas. Adoro scovare i demoni dell’aria. Ma Ponia doveva esercitarsi. Ponia era fuori esercizio e non basta l’euforia per fare un Custode. Ci vuole volontà, tenacia, determinazione e una fiducia incrollabile nell’hyperpower. Ci vuole l’ero per scordarti dove sei, per aiutarti a capire e a credere. Non lo schifo di coca, nè la droga sintetica. Quelle porcherie sono per i figli della gente che lavora. Se vuoi essere un custode ti serve avere l’ero. Non puoi difendere il mondo da solo.

Ho visto qualcosa. Mi fermo di scatto, tengo gli occhi chiusi e poi veloce, li riapro senza guardare davanti a me. C’è qualcosa nell’albero. Do l’hyperpower a R. lentamente. Ponia mi guarda con gli occhi impauriti, la bocca aperta e quelle cazzo di mani giunte. Scuoto la testa, prendo la rincorsa e salto. Arrivo sull’albero prima con le braccia, poi abbraccio il tronco con le gambe. Stretto.
Ho iniziato la lotta. Era un demone dell’aria ed era compito di Ponia intercettarlo. Ma troppo tardi ormai. Questo genere di lotte cosmiche sono come onde di energia che sfiorano la gente, che sembrano vento, o urla lontane, o piccoli insetti lucidi che si muovono in sciami o braccia senza giunture o facce deformate. Quando ho abbracciato l’albero ho mandato l’urlo di guerra. Capite, è sempre uno schifo di demone.
Comunque ho vinto.
Il demone era sparito e io ero stanco.
Ogni volta che ci diamo da fare per tener pulito siamo stanchi e non è buono. Dobbiamo arrivare a integrare l’hyperpower. Vogliamo, finalmente, liberarci.

Ho visto Ponia battere leggermente le mani, mentre R. rigirava tra le mani L’hyperpower perchè non volasse.
Si è avvicinato un poliziotto della gente che lavora, io avevo le palme delle mani sulle cosce e affannavo. Mi ha guardato fisso. Gli brillavano gli occhi. In fondo alle pupille, piccole come quelle di un ratto, ci vedevi sarcasmo. Come alla fine di una galleria. Ha incrociato le braccia e mi ha chiesto: che fai?
Mi ha scocciato perchè era un tu, ho sentito che era un tu, non un voi.
Insomma, non ci conoscevamo mica. Non sono un tuo amico, ho pensato. E sentivo la rabbia salire come una mano calda, dallo stomaco. Ma ho risposto secondo la formula, gesti giusti, suoni giusti:
– Bene.
Ha detto soddisfatto.
Il tutore era un ragazzo debole, Ponia l’ha capito subito.
Io gli ho dato le spalle, guardando L’hyper nelle mani di R.
L’hyper brillava scuro, splendeva forte come stoffa del cielo, scuoteva su e giù in punte chiare e scariche di luce, mandava riflessi come lame, sbatteva le ali in soffi e accarezzava l’anima, come fuoco freddo.
Era con me, era me. Era Ponia, era R. era l’albero e la libertà, era suono elettrico, era fame, era carica, era volontà, era forza di essere, era febbre, era fede, era ero, era dolore ma il suo battito era umano, era dolce.

Quando mi sono voltato Ponia aveva estratto la pistola.
E’ un giocattolo? Chiedeva R. all’hyper. Io ero bloccato. Mi sembra di vedere la testa del poliziotto schizzare sul marciapiede, e l’hyperpower spegnersi. Sono immobile.
– No.
Ha detto Ponia, il braccio teso in una linea dritta e ferma che va dal suo orecchio a quello del poliziotto.
Il ragazzo debole ha alzato le mani. Siamo scappati via, tenevamo l’hyper davanti come una palla.
Il ragazzo poliziotto parlava ad un arnese. Non ci ha seguito.
Arrivati al parco ci siamo seduti. Abbiamo trovato un posto per riposare e ci siamo fatti d’ero. Abbiamo aspettato la notte per muoverci, stavolta. Abbiamo guardato per un pò l’Hyperpower mistico. E abbiamo capito, ma dobbiamo aspettare, non siamo ancora pronti, non ce la facciamo ancora, dobbiamo tener duro, andare avanti, sperare, credere.
Ponia ha buttato la pistola nell’erba.
Diceva che le impediva di elevarsi veramente.
L’ho raccolta di nascosto e l’ho infilata nei Jeans.

Certe esperienze devi farle da solo. Lo dice anche L’hyperpower.

febbraio 7, 2010

felafel

I felafel del turco di Muswell Hill
piangono il sole di Istanbul,
e le dita grosse della madre di K.
trasferitosi nel Nord di Londra
nel novantasette, allora magro
e scuro come crusca, forte
ma di nervi e non di cuore.
Arrostisce carne e prepara il riso, K.
parla con i clienti e ogni giorno
il ristorante è pieno
c’è la fila, saluta, mezzo sorriso
e a letto.
Sognano il sole di Istanbul
i felafel di K. di Muswell Hill
accanto le pallide verdurine inglesi
mormorano che qualcuno ha tradito
e non tornerà mai più.

febbraio 7, 2010

La bugia

Faccio un lavoro schifoso
in un posto che sembra pulito
ma se guardi bene pulito non è.
Ci vivo con questo lavoro,
ci pago bollette e affitto
e anche il mangiare e il bere
ma se guardi bene,
vivo non sono.
Credo che prima o poi
il momento che ti cambia la vita,
arriverà anche per me.
Non credo mentano tutti
non penso mi abbiano illuso.
Ma il momento sembra tardare
e io
perdo fiducia e penso
che se mi hanno mentito
sono furbi,
ma chi sono,
quelli che hanno mentito
ecco, io non lo so.

febbraio 3, 2010

Esattamente così com’è

Carla ha il collo lungo, gli occhi stretti che sembrano due linee nere, le spalle piccole e la pancia che spinge sull’elastico della gonna. Ha le gambe storte, come un varco tra due vecchie querce, un grosso buco tra da due colonne torte. Ha i capelli scuri striati di bianco, denti piccoli e distanziati, le mani grosse come quelle di un muratore.
Carla viene a casa mia e dice: si, no, certo, davanti mia madre. Poi lavora e non dice niente.
Io la guardo felice mentre mia sorella mi guarda e ghigna. Mio padre si è addormentato col giornale in mano, mia madre è al computer. Carla è in cucina, lava delle stoviglie. Fa le faccende, lenta, ma con cura. Mi affaccio, lei mi chiede come va. La sua voce è un soffio. Va bene, dico in un sospiro. Le vado vicino in fretta, l’abbraccio da dietro, sento i suoi seni schiacciati sulle braccia e mi eccito. Mia sorella, al telefono con una delle sue amiche, sghignazza, “ha ricominciato” dice. Dopo poco mia madre arriva galoppando sui tacchi, infuriata ci distanzia con forza: mi spinge verso il muro mentre tiene Carla per il braccio.
“Scusalo”, dice a voce altissima, mio padre è nello studio, “scusaci Carla, questo ragazzino è stupido e cattivo”.
Guarda per terra quando parla. Sputa le parole in fretta, fredda; sono come piccole lame che mi schizzano accanto. Non mi fa paura. E quel scusaci non significa nulla. Lei non c’entra niente con me.
“Io sono innamorato” le dico, “allora perché non la licenzi? Cosa fai?”
Mia madre mi ascolta indignata, la faccia immobile, le mani che si stringono convulse, rigida e lontana come fosse una estranea.
“Stupido ragazzino egoista” risponde.
Pesta i piedi e se ne va quasi trascinando Carla; mia sorella ripete “sono innamorato” con voce stupida, monotona, all’amica.
“Io non faccio così”, le urlo contro.
“Io sono solo e innamorato” grido.
Lo sforzo quasi mi strozza, tossisco. Mia sorella si stringe vicino al muro, spaventata. Sono felice di vederla così. Arriva anche mio padre, urla di smetterla; ha il giornale in mano, la pipa nell’altra, come sempre, come quando mi ha parlato di sesso, droghe, comunisti e fascisti, voti, malattia del nonno; di tutto quel che avrebbe dovuto avere forse un poco d’importanza. Non ha mai appoggiato gli oggetti che aveva in mano, come se parlare con me non fosse altro che un intermezzo, un’attività di contorno, un disturbo. Forse è depresso, forse non gli interesso. Potrebbe continuare a leggere il giornale e fumare anche se la casa andasse a fuoco. Se non ci fosse nessuno noterebbe la differenza. Non io perlomeno. Gli giro le spalle e me ne vado mentre lo sento definire stancamente Carla “quella povera donna”. Stringo i pugni, salgo in camera mia.
Dicono che sono in un’età critica, che faccio il ribelle. Dicono che devo ancora trovare la mia strada. Sarà anche così, ma a me sembra che quelle che prendo per loro siano tutte vicoli ciechi.

Carla lavora con mia madre fuori, in giardino. Ha le mani sporche di terra, i minuscoli piedi avvolti in un paio di vecchie ciabatte (non indossa mai le scarpe che le ho regalato), i capelli morbidi legati in un elastico da cancelleria. Sorride dolce come una bambina, luminosa e semplice. Appoggio la fronte al vetro freddo della finestra. Carla solleva il viso, poi lo riabbassa, rossa. Mia madre m’ignora. Forse.
Sono così diverse: mia madre è snella, elegante nei suoi golfini abbinati, i capelli scuri sempre perfetti, il trucco e tutto il resto. Carla è come un bambino.
Le guardo parlare in giardino, Carla in piedi, mia madre accovacciata. Trafficano con le rose. Io lo so perché non la licenzia. Non è pietà.
La prima volta che vidi Carla ero ancora distrutto da quel che mi aveva fatto Daniela. Carla aveva i capelli raccolti in una crocchia scombinata, la bocca stretta in una smorfia di preoccupazione. Era il suo primo giorno a casa. Mia madre è una di quelle persone a cui piace spaventare i dipendenti: la fa sentire potente.
Carla preparò la cena per me e mio padre: gnocchi di patate al sugo e insalata di cavolo. Piatti di campagna. Asciugò le stoviglie per tutta la cena.
“La governante che avevamo prima era più affidabile” risposi a mia madre quando mi chiese un’opinione sulla nuova governante.
“Ma rubava” , ricordo che rispose.
“Rubiamo tutti”le urlai “Poi questa cucina roba strana”.
In realtà ero stanco, volevo liberarmi di lei e stare solo, pensare.
Daniela in quei giorni chiamava continuamente. Ormai il telefono squillava e nessuno rispondeva più, eravamo sfiniti e rassegnati. L’unico a non lamentarsi era mio padre, vai a sapere il perché.
“Dille che la perdoni”, mi disse mia madre una sera, all’ennesima telefonata. Camminavo per il corridoio alla ricerca di qualcosa da fare. Lei teneva la cornetta distante, come se bruciasse. Mi sorrideva speranzosa. Mi fermai un secondo, sospirai. “Su, perdonala”, soggiunse sottovoce mia madre. Me lo disse con la stessa condiscendenza che si usa con i bambini dell’asilo. C’era sufficienza, che non conosce affetto né comprensione; e ironia. “Dille di andarsene a fare in culo” le risposi.
Mia madre cambiò faccia e colore e attaccò.

Una sera tornai a casa e trovai Carla da sola in casa. Aveva preparato la cena: zuppa con il farro, bietole bollite. Ero seduto al tavolo che mangiavo, i capelli ancora bagnati da nuoto. Mentre le stava in piedi davanti al tavolo che mi guardava. Alcune ciocche dei suoi capelli erano sfuggite alla crocchia e le cadevano sulle guance e sugli occhi come un’aureola. Povera donna, pensai.
Quando alzai la testa lei mi osservava: le sopracciglia bionde inclinate, gli occhi grandi che si riempivano di lacrime. Si avvicinò piano, mentre la fissavo.
Mi carezzò la testa, con la mano grossa e ruvida, odorosa di detersivo, sussurrando:
“Povero ragazzo… è buono? Buono? Buono?”
Mi vergognai un poco, ma quel tre volte buono, quella carezza leggera e veloce come un battito, il suo sguardo, le ciocche, la zuppa, la cucina, mi sembrarono avvolgermi. In quel momento per me cambiò tutto.

Non so esattamente cosa mi successe, ma da allora Carla divenne per me indispensabile. Le stavo vicino il più possibile. Le parlavo, le chiedevo, ridevo, scherzavo, l’aiutavo, studiavo vicino a lei, sbrigavo le faccende di casa e non uscivo più la sera. La sua compagnia mi sembrava essere tutto quello di cui avevo bisogno. Non avevo fame, non avevo freddo, non ero solo, non ero triste, non ero allegro. Ero io e quasi mi sembrava di bastarmi, a volte. Mia madre era sollevata dal non avermi in giro con quell’aria “adolescenziale” come dice lei e mio padre, mio padre seguitava a leggere il giornale.
L’unica cosa che non era cambiata erano le telefonate di Daniela. A scuola neanche la salutavo più. Mia sorella mi raccontava che aveva mollato anche Andrea, il capitano della squadra di pallanuoto. Gli squilli riecheggiavano per la casa ma non sembravano importare a nessuno. Ad eccezione di Carla che, spazientita, una sera rispose. Sorpreso dal silenzio improvviso corsi a vedere. Non so cosa le disse Daniela. Vidi solo il sorriso suo spegnersi, i tratti del viso indurirsi, gli occhi chiudersi. Le strappai la cornetta ma Daniela aveva riappeso. Non potei chiederle nulla; andò a dormire triste, le spalle abbassate, i capelli flosci che mi salutavano in un’onda bionda.
La mattina dopo, durante la ricreazione, cercai Daniela. Era stranamente eccitata, ma anche docile e attenta. Amo un’altra le dissi. Non te la prendere. Lei mi guardò furiosa. Smettila di chiamare e ricordati di quel che mi hai fatto. Non ricordo se rispose o meno, forse non ascoltai. Smettila di chiamare le dissi, smettila e basta. E me ne andai senza voltarmi. Io so chi ami adesso, disse. Brava, le risposi. Buon per te.
Daniela smise di chiamare. Sorprendentemente mio padre se ne accorse. “Il silenzio è d’oro, ragazzi miei” disse, dietro il giornale, “Oro” ribadì solennemente.
Erano giorni semplici e felici. Carla era felice. Io ero felice.
Finché non ci trovarono.
Allora fu la fine di tutto.

Eppure non era la prima volta, ed eravamo stati attenti. Avevamo aspettato fossero tutti via, io avevo finto di andare a nuoto, la casa era vuota. Ci trovò mia madre, ritornata a casa di fretta per prendere il telefonino. Eravamo in bagno. Carla era seduta nella vasca, immersa in una nuvola di schiuma rosa, mentre io le insaponavo la schiena. Avevo i pantaloni addosso ma questo non contava.

Mia madre ebbe un crollo di nervi; mio padre mi fece uno dei suoi discorsi senza senso, giornale e pipa in mano, sull’amore e sulle persone disagiate e sull’amore mentre guardava mia madre che piangeva in un angolo. Nessuno sapeva bene cosa fare. Carla meno di tutti. Si sfregava la testa continuamente col pugno chiuso e sorrideva poco.
“´E ritardata, non lo vedi?” mi diceva mia madre, sottovoce.
“No, non lo vedo”, rispondevo.
Lei mi fissava ottusa, instupidita. “Come non lo vedi?” gridava disperata.
“Perché non la licenzi?” dice mio padre.
Io so perché non la licenzia.
Perché questo è amore vero.
Ho pietà dei miei.
Che brutta madre, pensavo. Che triste. Come si vergognano, pensavo, come si imbarazzano, come si vogliono disfarsi della responsabilità di pensare, di chiedere, di sapere. Sembravano delusi, come se avessero speso tanto tempo a tenere nascosto qualcosa e non fossero riusciti. Mi sembravano attori, parte di una grande messinscena.
Ma adesso, provo pietà. Poveri stupidi. Non sanno nulla, o hanno dimenticato. Hanno finto  tutto questo tempo di saper  vivere che hanno finito per confondere la realtà per quel che pensano sia. Non sanno nulla dell’amore. Non sono solo i gesti o i sorrisi, o quel che ti piace o la fiducia o i baci o la pelle.
É il niente semplice che voglio, il nulla dove c’è tutto, come l’acqua che scorre o lo sparire della nebbia. Quel niente che trovi dietro Carla, che se la guardi sai che da ora in avanti mai più ombre, mai più dubbi, solo quel che vedi; e vivi che sai che questo amore è intero e trasparente, è limpido, e uguale al mondo, è tutto come senti e vedi, ecco, si è tutto esattamente così com’è.

febbraio 3, 2010

A londra

è difficile scrivere poesie a Londra
come costruire una casa nell’argilla.
Non sai mai dove mettere gli avverbi
non sai mai se sbagli in quella lingua
o in questa.
In fondo non è una grande perdita,
potrei far a meno di scrivere poesie,
e potrei far a meno di mangiare,
anche,
e di fare l’amore.
Ma non sono mica stupida.

gennaio 13, 2010

sorridere per davvero.

I marciapiedi ne erano completamente coperti. Anche i tombini che di solito spussano aria calda dalle fogne. Dice Madre che sono le case dei topi. E i tetti erano bianchi che sembravano di panna. Non volevo andare a scuola. Madre aveva ancora la porta della sua camera chiusa e si sentiva russare. Io esco allora. Che magari quando Madre si sveglia la neve è evaporata via. Ho aperto la porta piano e ho guardato fuori. Silenzio. Pace che mi sembrava di non avere le orecchie. Un odore di buono ma freddo e ghiacciato. Nessuna macchina, tutto vuoto. Nessuno in giro, solo io che guardavo fuori dalla porta, come un coniglio dalla tana. Ho chiuso e mi sono vestito senza togliermi il pigiama. Ho messo gli stivali di gomma puzzolenti e i guanti nuovi con le manopoline e la sciarpa di padre: ho preso le chiavi di Madre, le ho messe nel marsupio e sono uscito senza far nessun rumore, ho sceso le scale e sono andato nel bianco. Così:

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che quel punto sono io.

Mi piaceva che i marciapiedi erano completamente coperti. Non distinguevi più la strada che era diventata una distesa soffice come un prato, ma bianco. Non facevi caso al malumore in un giorno così. Non facevi caso al freddo o ai piedi bagnati o a Madre che dormiva. Non facevi caso che eri solo. Non sembra di essere soli in tutto quel bianco. Perchè ti riempie. Mi ha ricordato quando un giorno lo psicologo mi disse di pensare intensamente al giallo. Di pensare che il giallo mi entrava dentro dal naso e dal collo e man mano riempiva i piedi e le gambe e il sedere e la pancia e la schiena e che ero quasi tutto giallo e poi anche gli occhi ed ero giallo, giallo, giallo, e poi dovevo aprire gli occhi e dire come mi sentivo. E mi sentivo bene. E non volevo più fare le cose che faccio quando sono nervoso e non sentivo le spusse della gente e quasi mi veniva da sorridere per davvero, come fate voi.

Ero pieno di bianco e tutto era bello. Poi anche le altre persone hanno sentito che c’era troppo silenzio, e sono uscite dalle case, anche loro con sotto il pigiama, anche loro di nascosto da una Madre che dorme. Ho guardato la gente e pensavo adesso ridiamo insieme, come a scuola, adesso giochiamo ad essere pieni di bianco.

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Sorridevo e sentivo i brividi. Che vuol dire che qualcosa non va. Ma ancora non so quale cosa, così sorrido che non vuol dire che sono felice, vuol dire che non so cosa fare. Un brivido fortissimo è salito fino al collo e mi ha stretto la mandibola con la sua mano gelida e io lo guardavo senza poter far nulla e il brivido ha detto: mi rovinate tutto il bianco. E allora ho guardato dietro la gente con i pigiama sotto e ho visto che la neve si colorava di nero e che i marciapiedi e i tombini non erano come prima, erano sporchi, e si sentiva la spussa, si sentiva forte e allora ho urlato e urlato e urlato tenendomi la testa.

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Madre si è svegliata. Abbiamo fatto colazione insieme con il burro e la marmellata. Mi ha dato due baci.
Sono felice quando è con me.

gennaio 12, 2010

la danza

Cammina dentro le orme dei morti,
la gente che incontro quando vado a lavoro,
sul cimitero delle storie usate,
nelle strade coperte di neve.

Formiche divine, danzano insieme,
qualcuna si ferma, alcune corrono
forse tutte ignorano il cielo, dolci bestie,
il suolo fresco che nasconde le vite passate.

Guardano avanti, rigide passano
sul bianco silenzioso dell’inverno londinese.
Solo la danza resta e i passi bruni.